sabato 1 marzo 2008

La salute e il profitto

Sono un giovane medico che smonta dalla guardia. L'insonnia febbrile delle ultime 48 ore (ho assistito impotente alla morte di un bambino, ne ho visitati altri quasi sani in cui non v'era nulla da salvare) mi induce ad alcune riflessioni. "Durante la visita mattutina in corsia dei medici in gruppo sembrava che l'impotenza della medicina avanzasse vestita di bianco". Lo dice Thomas Bernhard, e rincara la dose in Estinzione scrivendo: "Cosa c'è di più terribile del conversare con i medici, che di regola sono le persone meno interessanti della terra, perché sono quelle con meno interessi. I medici sono gli interlocutori più tristi che ci si possa immaginare e al contempo i più meschini". Lo stesso Ivan Ilic trova più calore umano nell'umile servo Gerasim che in tutti i luminari omertosi che avevano sbirciato la sua neoplasia. Sarà capitato a tutti di provare risentimento verso la classe medica, e non posso che accettare questo umore collettivo. I Dottori hanno perduto il carisma magico e teologico che costituiva l'essenza primigenia della professione. Nelle civiltà antiche il medico era un sacerdote che professava la salute officiando la liturgia della guarigione; il paziente si affidava totalmente, doveva aver fede. Ai nostri giorni invece, quella tra medico e paziente è una relazione di tipo tecnico-commerciale e quando va male, giuridico-assicurativo. Il dottore deve fornire una prestazione mediata da algide tecnologie, impegnandosi a guarire. La morte è una complicanza, non più un destino. Il progresso spietato di tecnologie e conoscenze obbliga a una dedizione monomaniacale, distraendoci dall'uomo che vediamo allo specchio. Il carrierismo e la competizione completano tale abbrutimento. Mi chiedo: siamo noi operai della sanità i responsabili di questa vile secolarizzazione della classe medica? Cosa si vuole da un laureato che negozia con la morte tutti i giorni, pagato (e quindi stimato) come un bancario, che lavora anche 48 ore consecutive senza il riposo che si concede giustamente al ferroviere? Prima di tornare a casa dalla guardia sono passato a fare la spesa. Arruffato e sgualcito, una paziente mi ha sorpreso, riconoscendomi come quello che l'aveva operata. Si è commossa. Io ero imbarazzato, non so se più indegno delle sue lacrime o timoroso di farmi vedere così umano. Un uomo stanco, che legge le scadenze del latte, che da lì a poco litigherà con la moglie più sconfitta di lui. Forse quella signora avrebbe voluto un superuomo a ripararle il cuore, sei mesi prima.
Gabriele Bronzetti, Bologna

Risponde Umberto Galimberti
La salute e il profitto
Scrive Ippocrate: "Non il medico, ma il medico che si fa filosofo è pari a un dio."
I fattori che determinano la difficoltà di relazione tra medici e pazienti sono da ascrivere soprattutto ai pazienti più che ai medici per una serie di ragioni che qui provo a elencare: 1. Per effetto della cultura cristiana si è affievolita la persuasione interiore, ben radicata nella cultura greca, secondo la quale l'uomo è mortale, e perciò non muore perché si ammala, ma si ammala perché fondamentalmente deve morire. L'affievolirsi della promessa di una vita ultraterrena, per effetto della secolarizzazione del cristianesimo, ha fatto del prolungamento della vita ad opera della scienza medica il supremo valore a cui tutti tendono, per cui la morte, come lei giustamente dice, non appare più come un "destino", ma come un fallimento del sapere e della pratica medica. 2. I medici, avendo a che fare con la "salute", che è una sottospecie della categoria religiosa della "salvezza", sono stati investiti da un alone di sacralità, quando invece sono dei semplici funzionari di un sapere limitato, in grado non di salvare chiunque in qualsiasi circostanza, ma, come diceva Ippocrate: "di evitare la morte evitabile", o come a più riprese ribadisce Aristotele: "di aiutare la natura a risanarsi da sé". I limiti della scienza non sono noti ai pazienti, che tendono ad attribuire al sapere medico quell'onnipotenza che in ambito religioso viene attribuita a Dio o ai santi che fanno miracoli. 3. Il medico, nel corso della sua preparazione universitaria e specialistica, non è mai a contatto con l'uomo, ma sempre e solamente con il suo "organismo", per cui se è capace di cogliere il "male" che è un elemento oggettivo, può faticare a capire il "dolore" che è un tratto soggettivo, e ancor più l'angoscia di menomazione o di morte che è il nucleo più profondo della soggettività di ciascuno di noi. Nell'Ottocento chi si laureava in medicina doveva aver seguito due corsi di filosofia per capire chi è un uomo. E proprio frequentando quei corsi il medico Sigmund Freud ebbe l'intuizione della psicoanalisi e della psicosomatica, e il medico Karl Jaspers rivoluzionò la psichiatria sostituendo al ricorso esclusivo della pratica farmacologica la pratica della comprensione biografica. 4. I guai maggiori della sanità italiana io li vedo non tanto nell'incapacità dei medici di parlare con i pazienti (perché a questo inconveniente si può porre rimedio inserendo nella formazione medica una significativa preparazione umanistica), ma nel fatto che oggi la salute viene subordinata al profitto nelle "aziende" (non a caso così chiamate) ospedaliere, e nella nomina "politica" dei direttori generali di dette aziende e dei primari a prescindere dalla loro specifica competenza. Anche queste due componenti potrebbero essere corrette. Ma per questo ci vorrebbe una politica capace di coniugarsi con l'etica, mentre oggi la politica si risolve nel traffico delle nomine con la scusante, come di recente abbiamo sentito dire, che: "così fan tutti".

3 commenti:

layla ha detto...

bel post
devo dire che congenia con quello che stavo pensando ultimamente, anche io come il collega "saliente de guardia"... ci sono tanti punti di riflessione, sull'impotenza della medicina e su come questa cosa non viene accettata da pazienti (e alcuni medici), e sull'eccessiva medicalizzazione di patologie incurabili, e soprattutto, della vecchiaia. Non so chi diceva che "la vita è una malattia incurabile, perchè finisce con la morte".
A presto scriverò qualcosa, unendo un'altro punto che io vedo come molto collegato: la spesa sanitaria, che si sta facendo e si farà sempre più insostenibile, a questo passo. Per non parlare della iniqua distribuzione delle risorse economiche destinate alla salute in campo mondiale...

Alla risposta di Galimberti, solo un commento: non è una situazione legata alla sanità italiana, ma mondiale. E credo che il problema politico c'entri solo in parte, si tratta proprio del problema che abbiamo tutti, medici e pazienti, con la malattia e la morte.
Grazie Lò per gli spunti di riflessione

Anonimo ha detto...

...ok, ma prima di scrivere questo qualcosa ti converrebbe dare una ripassata all' italiano perchè con questa sintassi fai venire il mal di testa. Oppure lascia stare l' italiano e scrivi in spagnolo!!

Lorenzo ha detto...

Bòni... State bòni... ;)