venerdì 5 settembre 2008

Si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie.

Si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie.
Giuseppe Ungaretti

Mai ci fu una poesia più azzeccata. Riassume perfettamente e sinteticamente uno dei leitmotiv con cui noi medici siamo costretti a convivere ogni giorno.
Oggi, come ogni mattina, sono andato a lavorare nel mio reparto di Medicina Interna, e ancora una volta mi ero ritrovato a pensare a cosa avesse quel paziente settantottenne del 30, che era ricoverato - all'inizio per un motivo banale - da ormai due settimane e non si capiva bene cosa avesse, nonostante mille prove e varie consulenze. Negli ultimi giorni lo si vedeva un po' più pallido e stanco, e sicuramente più sedato, effetto dovuto alla morfina che eravamo stati costretti a somministrargli per controllare quello strano e oscuro dolore alla gamba.
Ore 10. Stiamo per iniziare il giro visite, quando mi chiama l'infermiera dicendomi che questo mio paziente stava "in apnea". Io e l'R5 accorriamo alla stanza del malato, e lo troviamo in gasping (un pattern di respirazione agonica pre mortem), pallido, senza polso. Iniziamo le manovre di rianimazione cardiopolmonare, però intanto la nostra strutturata ci avvisa che il paziente - nelle attuali condizioni - non è più recuperabile (ossia, non bisogna più fare la rianimazione cardiopolmonare, perché il paziente soffriva di comorbilità tali da rendere inopportuna la rianimazione). Nel frattempo, la moglie, che non aveva realizzato che suo marito stesse morendo, nonostante ce l'avesse avuto davanti fino a un minuto prima, viene avvisata e scoppia in lacrime fuori dalla stanza. Noi rimaniamo "un po' così", in particolare io, per l'avvenimento assolutamente inatteso, visto che il paziente non impressionava per la sua gravità, si era parlato con lui normalmente fino al giorno prima, e quella stessa mattina presto i suoi segni vitali erano assolutamente normali.

E adesso era morto.

Punto.

Questo è un altro di quei giorni in cui dici "chi me l'ha fatto fare?"...

4 commenti:

Anonimo ha detto...

...sei il medico..che conosce perfettamente il paziente...che sa il percoso diagnosticoterapeutico...che ci ha parlato poco tempo fa ed e' tutto piu' o meno a posto, tutto sotto controllo...ti senti potente..poi improvvisamente sei il medico che lo vede mentre muore, che non capisci, che devi fare bene e in fretta per cercare di ridargli la vita, che decidi e dichiari che non e' piu' in vita,e che devi dare la notizia alle persone che hanno vissuto con lui e che li vedi soffrire...e ti senti la persona piu' impotente sulla faccia della terra anche se hai fatto tutto il possibile e lo sai!
e' davvero un casino quella sensazione....
e secondo me non si finisce mai di imparare a conviverci quando succede...ogni volta e' per me come la prima volta...
N@

Anonimo ha detto...

Lo è proprio il sentimento di impotenza difronte alla morte a renderti "umano"....se tutti i medici potessero ricordare ogni tanto che i pazienti non sono solo delle storie cliniche e casi da trattare potrebbero rendersi conto di quanto è bello lottare insieme contro la malattia...L'amore, il sostegno morale sono altrettanto necessarie per vincere una malattia...
donare un sorriso rimane la cosa più semplice da fare anche se comprendo che afrontare il dolore ogni giorno non sia affatto semplice...Lo sei un grande medico :)
Nicole

Anonimo ha detto...

Creo que por primera vez realmente he entendido casi todo lo que has escrito. Y no se qué decirte después de lo que he leído... no soy médico y no soy capaz de imaginar cómo es perder a un paciente, y creo realmente que hay cosas que están fuera del alcance de cualquier profesional como tu, tenga la experiencia que tenga... no puedes saber cómo va a reaccionar un paciente, como vá a evolucionar. MORIR o VIVIR, si lo piensas es una finísima barrera, tal como lo has dicho, "e adesso era morto"... Besos, Nath

Anonimo ha detto...

eh sì caro mio.
hai scelto una vita che ti regalerà sicuramente tante soddisfazioni, ma anche tante legnate sulla cabeza.

il tuo cammino (perché diciamocelo, non lo si può definire "lavoro") richiederà fermezza, conoscenza e soprattutto una buona dose di coraggio.

ad ogni modo, amico mio, chi ti conosce saprà che avrai dato il massimo in ogni situazione, così come hai sempre fatto fin da bambino.